Imparare dal più ignorante creativo

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Piero Colafrancesco

Il mercanteggiare o lo scambiare qualcosa, sono insite nell’essere umano già dalla notte dei tempi.

Senza stare qui a ripercorrere trattati di economia e di management, sembra che oggi necessitiamo quotidianamente di mettere in vendita qualcosa sui “social”.

Che siano le proprie esperienze, i propri pensieri, il proprio essere o la propria immagine, purché si “pubblichi”.

Affamati di consensi, consensi che possono arrivare con un “like”, con un “cuore” o soprattutto con un “followers”.

Ecco devi essere seguito, altrimenti non sei nessuno!

Il web è pieno di pagine e di guru che cercano di indicare la strada giusta da percorrere per raggiungere il successo, anche attraverso l’acquisto di consensi o di “followers”, ma nessuno ti dice che ci devi mettere del tuo per raggiungere certi traguardi, che è la tua creatività che fa la differenza.

Ho sempre ascoltato con piacere chi ne sapeva più di me; persone/maestri che mi suggerivano in fotografia di studiare il passato, di provare a copiare il passato, per poi in una pulp fiction di emozioni, provare a tracciare la mia strada.

Più che uno studio del passato, oggi me sembra più l’era del “c’è riuscito lui e allora ci devo riuscire anch’io!”.

E quindi via a rincorrere “followers” per diventare web influencer, perché è il markenting che fa muovere i soldi e il successo.

Premesso che oggi ci sono smartphone con caratteristiche tecniche che superano di gran lunga molte macchine fotografiche, sto iniziando a chiedermi seriamente se l’esperienza e le conoscenze di un fotografo, possono essere di aiuto a queste “nuove professioni”.

Provo ad immaginare persone che si rivolgono ad appassionati, studenti e anche professionisti della fotografia, per realizzare immagini da pubblicare, immagini da vendere… perché poi alla fine è di questo che stiamo parlando!

Si è disposti a spendere soldi per l’acquisto di “followers”, ma si è anche disposti a spendere soldi per pagare una fotografia?

Come si dovrebbe chiamare un fotografo che magari di professione fa le foto per il web influencer?

Messi da parte i tecnicismi, come la fotografia editorialista sta subendo un vero e proprio declino a favore di un web notizia molto più smart e si sta provando a ritornare alla fotografia artistica, allora io vorrei riflettere sulla possibilità e i modi di proporsi a questo nuovo scenario di mercato.

Mercato sicuramente molto meno culturale, ma la storia insegna che si può imparare anche dal più ignorante creativo!

Richard Avedon e Marilyn Monroe

Richard Avedon è stato un famosissimo ritrattista americano e non solo che ha saputo concentrare il sua lavoro sulla personalità dei soggetti. Si concentrava sul ritratto per cogliere attimi, luci, espressioni uniche in ogni volto. Innovativo è stato il suo modo di lavorare con le modelle che fino ad allora venivano riprese quasi ed esclusivamente in studio. Stravolge il concetto di moda stesso, collocando le modelle in locali notturni o per strada. Questa sua ricerca lo distingue dai suoi colleghi del periodo per il distacco dalla fotografia classica verso un concetto di movimento. Non sono più soggetti inanimati ma esseri umani fatti di carne ed ossa, vivi, respirano, si emozionano, e lui riesce a coglierne momenti di esaltante gioia o scatti di ira.

Facile trovare la sua storia personale e professionale sul web perché ci sono pagine e pagine che parlano di lui, merita un click il sito “The Richard Avedon Foundation“, ma oggi voglio soffermarmi sul suo lavoro con le modelle.

I suoi ritratti sono emotivi e rivoluzionano i canoni dell’epoca rendendo trasparente l’anima e l’essenza di chi viene immortalato, che si tratti di personaggi pubblici o persone comuni: modelle, celebrità, bambini, o gente di strada vengono fotografati con le proprie debolezze ed imperfezioni, colti alla sprovvista, sovrappensiero, cogliendo quell’essenza che ne mette in mostra la verità interiore. 

Anche l’icona della cultura pop Marilyn Monroe è stata una modella per Avedon, ed è grazie a lui se ad oggi ci è arrivata un’immagine che la ritrae in una rara espressività di vita interiore. Nell’immaginario dei più si è abituati a vederla ritratta sorridente, solare, sprizzante di energia e positività, ma la sua storia è nota e probabilmente anzi sicuramente, lei era un essere umano proprio come noi. Pensieri, dubbi, angosce, fatta proprio quelle verità interiori che Avedon ricercava.

Ricordando una sessione di ritratti con Monroe che ebbe luogo nel suo studio nel maggio del 1957, disse: “Per ore ha ballato, cantato e flirtato e ha fatto questa cosa che è tipica di Marilyn Monroe. E poi c’è stata l’inevitabile caduta. E quando la notte era finita e il vino bianco era finito e la danza era finita, lei si sedette in un angolo come un bambino, con tutte le cose che la circondavano sparite. La vidi seduta tranquillamente senza espressione sul suo viso, e mi avvicinai a lei ma non la fotografavo mai senza che lei ne fosse a conoscenza. E mentre le andavo incontro con la fotocamera, ho visto che non stava dicendo di no.”

Andare oltre la superficie, portare alla luce la loro personalità, questa sembra essere la sua missione.

Alcune sue frasi celebri

Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi.

Tutte le fotografie sono accurate. Nessuna di esse è la verità.

 “Le mie fotografie non vogliono andare al di là della superficie, sono piuttosto letture di ciò che sta sopra.

Marilyn Monroe alla macchina fotografica offriva più di qualsiasi altra attrice, o donna, che io abbia mai inquadrato: era infinitamente più paziente, più esigente con se stessa e più a suo agio di fronte all’obiettivo che non quando ne era lontana.

 “Non mi piacciono gli espedienti a base di giochi di luce o pose particolari. Il bianco aiuta a separare il personaggio dal resto. Il grigio invece protegge, abbraccia, riscalda, ti fa emergere dall’ombra alla luce. Racconta un’altra storia. Nel bianco sei solo.

Non mi piace osservare la gente in piccolo. Esponendo i ritratti a grandezza naturale offro un’opportunità all’immaginazione di diventare autentica.

 “I miei ritratti dicono molto più di me che delle persone che io fotografo.

Amo la Fotografia… non le stampe fotografiche!

In un tempo non troppo lontano, il canvas era un supporto quasi ad esclusivo appannaggio dei pittori. Oggi non è più così!

L’andare a “scrivere” su qualsiasi forma di materia, forse insita nell’indole dell’essere umano, ha portato anche la fotografia a cimentarsi su questa forma di stampa.

Una stampa che nel tempo ha visto migliorare la tecnica, i supporti, ma soprattutto le “macchine” preposte a tale lavoro.

Nello specifico non entro in merito a tecnicismi, ma basta essere entrato qualche volta in un laboratorio anche solo serigrafico, per avere un’infarinatura della stampa a pigmenti su supporti vari.

Sono le alterazioni cromatiche il punto del mio ragionamento.

La cromia è emozione e i geni della pittura lo avevano compreso molto bene. La riproduzione su canvas delle fotografie, a mio avviso è un inseguire questa genialità in modo sbagliato.

La grandezza del pittore oltre a riguardare la sua geniale visione, riguarda le sue capacità nel dosare i colori, l’utilizzo dei materiali, la capacità di imprimere più o meno forza nell’utilizzo del pennello, il tutto per creare uniformità.

La stampa su canvas per me, tutto questo non lo ha.

Per quanto la tecnologia sia andata avanti, si tratta sempre di una testa meccanica che si sposta linearmente su piani orizzontali  o verticali e dosa i colori secondo degli algoritmi e non seguendo il cuore. Le cromie dipendono solo e soltanto dalla casa produttrice del plotter e c’è da essere felici, se solo si avvicinano a quella che è davvero la foto pensata, vista e impressa nella nostra mente.

Ora non voglio affossare questo genere di mercato, che sicuramente avrà i suoi numeri, ma mi piacerebbe che si avesse un po’ più di coscienza sul tipo di supporto, e riconoscere a quest’ultimo il giusto merito emozionale.

Sia che si sta ammirando un dipinto, sia che si sta “amando” una fotografia.

Amo la Fotografia… non le stampe fotografiche!

© pierocolafrancesco

Attraverso la fotografia, la situazione Venezuelana trova visibilità.

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Il World Press Photo quest’anno ha assegnato il primo premio ad uno scatto che viene dal Venezuela.

Un paese che da forse troppo tempo ha una situazione socio politica a dir poco devastante.

Non sono un giornalista ma mi occupo di spedizioni e lavoro molto con il privato; anche con gli italiani che provano da anni ad inviare qualcosa ai propri cari residenti in questa nazione, ma che puntualmente subiscono soprusi. I loro pacchi vengono trattenuti in dogana, sempre o quasi aperti, sottratti del materiale più appetibile, e spesso è capitato che ricevessero richieste di pseudo oneri doganali inesistenti, o ricatti a fronte della possibilità di ricevere il loro pacco.

Questa cosa mi fa inorridire perché immagino la frustrazione di queste persone; migranti che hanno prestato per anni le loro braccia a questa terra, ed ora i “proprietari” di questa terra, con ogni mezzo, stanno provando a spezzare il cordone ombelicale che li lega alla loro nazione di origine.

Non mi soffermo oltre, ma sono molto contento che attraverso la fotografia, ci possa essere la speranza di far emergere tra le coscienze e le conoscenze, la situazione di un popolo alla mercè di criminali.

Complimenti a Ronaldo Schemidt per questo prestigioso premio, ma soprattutto per lo splendido scatto realizzato.

© pierocolafrancesco

Reportage vs Storytelling

Nel comune piacere di scegliere una forma di fotografia che più si addice al nostro gusto o anche all’esigenze del momento, che sia un evento, un matrimonio, un’escursione o meglio ancora un viaggio, è diffusissimo sentir parlare di “fotografia di reportage”.

Il reportage, nato per esigenze legate alla necessità di documentare una testimonianza diretta, come le pagine di un diario o le memorie di un viaggio, nel secondo dopoguerra viene affiancato da un ricco corredo fotografico. Quindi un vero e proprio racconto, una tecnica narrativa più che una metodologia.

Quello che a me interessa ora è il mettere in relazione il “reportage” con lo “storytelling”.

Lo storytelling è una metodologia che usa la narrazione come strumento elaborato dalla mente per inquadrare gli eventi della realtà e spiegarli secondo una logica di senso. Che lavora affinché si generi un confronto dialogico che coinvolge contenuti, emozioni, intenzionalità e contesti.

Il narrare fa parte dell’essere umano, le emozioni e il modo in cui lo si fa, rientrano nella personalità del narratore. Lo si fa attraverso il pensiero narrativo, che organizza  l’esperienza soggettiva ed interpersonale, ma che deve essere tradotto affinché si possano costruire forme di comunicazioni.

Quindi necessita di un discorso narrativo che rende il pensiero comprensibile, comunicabile e soprattutto ricordabile. Per essere efficace, questo deve possedere delle caratteristiche specifiche: sequenzialità narrativa (in un racconto non sempre si segue l’esatta cronologia dei fatti); particolarità (evidenziare dettagli che nella realtà possono sembrare poco o per nulla interessanti); intenzionalità (il caso si ma solo se ben contestualizzato); verosimiglianza (l’ascoltatore deve nutrirsi di percezione); componibilità (intreccio delle varie parti); referenzialità e appartenenza ad un genere.

Senza entrare nello specifico dello studio e dell’applicazione di questa metodologia, mi basta quanto detto fin qui, per riflettere sulla relazione proposta all’inizio.

Io credo che l’errore più comune e diffuso, sia da parte di chi propone fotografia di reportage che di chi ne fruisce, sia quello di fermarsi al pensiero narrativo. Creare scatti con emozione e personalità non è un errore, anzi è apprezzabile ed anche auspicabile, ma creare una storia è tutt’altra roba.

Il creare una storia dovrebbe prevedere lo studio di un discorso narrativo. Un telaio di caratteristiche da tenere a mente ed utilizzare durante in servizio, ma che poi devono essere riconoscibili sul lavoro finale. Un lavoro comprensibile, comunicabile e soprattutto ricordabile, capace di essere efficace.

Joe Lambert a tal proposito individua sette elementi che aiutano in un approccio personale allo storytelling, ed io aggiungerei al reportage: punto di vista personale, una struttura della narrazione che propone domande e fornisce risposte non banali e scontate, inserimento di contenuti emotivi e coinvolgenti, un’efficace economia della narrazione (si può dire molto con poco), un ritmo adeguato alle modalità narrative.

La storia non deve necessariamente avere un lieto fine, invece elemento importante e che accresce l’attenzione nell’utente è la percezione di autenticità.

La vitalità è elemento fondamentale per una buona storia.

© piero colafrancesco