Figlio della mia “idea di fotografia”

Ormai ci sono fiumi di parole sul fatto che non stampando le foto, si perderà la memoria di quello che sta succedendo. Addirittura c’è chi sostiene che il 99% delle foto scattate non interessa a nessuno, neppure a chi le scatta e rimarranno sepolte negli hd dei nostri computer o nei cloud.

C’è tutto un movimento culturale che prova a muovere questo disinteresse verso le coscienze, quasi a far venire i sensi di colpa non tanto per non aver stampato, me neanche pensato di farlo.

Le foto che scattate normalmente spariranno nel dimenticatoio per l’eternità, e sarebbe ora di farse una ragione” Chris Taylor.

Ecco appunto, è arrivata l’ora di farsene una ragione.

Se tutto il mondo sta andando verso la fruibilità diffusa dei device, se ormai le case produttrici di cellulari sono arrivate a dotare il telefono di camere dalla qualità quasi superiore a quelle delle fotocamere, se gli stessi utenti scattano migliaia di immagini alla ricerca di quella foto giusta che regalerà quel momento di gloria sui social network, beh allora lasciamolo andare.

Almeno proviamoci a lasciarlo andare!

A mio avviso chi ama la fotografia, la vive, la studia, non può e non deve rimanere impantanato in questo marasma di qualunquismo. E’ superficiale e troppo semplice dare colpe a quello che sta succedendo a livello sociale.

Io credo che sta ad ogni fotografo portare avanti la propria “idea di fotografia”. Che questa sia commercialmente sbagliata o giusta non importa. Io parlo di idea, quella che parte dalla sua passione, dal suo cuore, dal suo intuito.

Che si decida di scattare in digitale o in analogico, questo non influisce sull’anima della sua idea.

Una riproduzione di un ritratto realizzato da Michael Shindler

Nella mia idea per esempio c’è l’odore della carta, c’è l’odore della chimica, c’è il tatto, c’è il controllo della manualità, e lo ammetto, non sono capace di fare foto decenti con il telefono.

Ma questo non mi porta ad avercela a tutti i costi con chi ha gli hd pieni di scatti che dormono un sonno infinito.

Io sono affascinato da chi porta avanti al sua idea; dal Damiano di turno che una volta a settimana si chiude in camera oscura per far “vivere” lastre scattate con banco ottico. Che le lastre siano sue o di Riccardo non importa, quello che importa è che ci siano due persone che portano avanti la loro “idea di fotografia”.

E allora cara mamma, lascia che la tua fotografia vada per il mondo, e se questa riuscirà a non confondersi con la massa, vorrà dire che hai lasciato qualcosa in più che non un semplice insegnamento.

Figlio della mia “idea di fotografia” e contento di esserlo.

Diventare condottieri di emozioni altrui

Ci sono giorni che mi sento più brutta e non vorrei proprio uscire. Ci sono giorni che invece mi guardo allo specchio e sorrido di me, mi piaccio.”

Ecco questo è quello che accade alle persone “normali”, quelle che non hanno manie di alcun genere. Quelle persone che quando camminano non si preoccupano di spiccare o di attrarre l’attenzione a tutti i costi, ma che invece vivono di piccole emozioni che possono arrivare da piccoli sguardi.

Amo la gente, gli sguardi, i modi di fare e i modi di porsi, e nulla dovrebbe influenzare la mia voglia di fotografare tutto ciò, eppure ho un debole per le persone comuni.

Quante volte questo gesto davanti allo specchio

Quelle volte che mi hanno chiesto delle foto, senza volerlo, chiedevo sempre che al di la dell’obbiettivo, si fosse se stessi.

Oggi mi sono reso conto che “l’essere se stessi” è l’elemento fondamentale che più di ogni altro affascina il mio modo di osservare.

Fortunatamente riesco ancora a distinguere quando l’essere se stessi funzione e quando per esigenze particolari, deve essere messo da parte a favore di maschere che in quel preciso momento funzionano meglio.

Modella per Workshop di fotografia

Ma ora quando qualcuno mi chiede delle foto, semplici foto che non sono l’oggetto di una qualsivoglia proposta commerciale, mi soffermo molto sulla persona. Provo a chiedere empaticamente che questo desiderio possa partire dalla propria persona.

Ti devi voler bene, ti devi accettare e devi essere consapevole che lo stai facendo per te, perché te lo meriti, perché lo vuoi.

Regalarsi delle emozioni si può e non importa che al di la della macchina ci sia un Newton o un Avedon, quello che conta davvero è che al di qua dell’obiettivo ci sei tu!

Così facendo noto che qualcuno riesce a sciogliersi e inizia a portarti dove forse il suo inconscio voleva proprio andare. E tu non fai altro che assecondare questo desiderio.

Fermati e sorridi te, di quello che hai appena fatto.

Diventi condottiero distaccato di emozioni altrui.

Ecco questo mi fa sorridere, mi fa stare bene, mi fa amare il fare le foto.

© Piero Colafrancesco

“Sono l’imperfezione giusta per tutte le donne, infedele ai prototipi”

Per caso mi sono imbattuto su di un profilo Instagram che in maniera del tutto personale, sponsorizza il suo prodotto.

Nulla di strano se immaginiamo che ce ne sono migliaia sul web che fanno la stessa cosa, nulla di strano se questo profilo è di una donna, nulla di strano se il motivo di queste foto si rifanno tutte o quasi allo stesso motivo.

Ma qualcosa non mi torna, c’è una sorta di aggressività in queste immagini, non costruita dal fotografo, che mi sembra espressione naturale del soggetto.

Aggressività mischiata a sensualità, a femminilità, alla voglia di ribaltare qualche forma di schema mentale.

Quello che viene pubblicizzato è una linea di intimo di una stilista emergente.

Saltano gli schemi tipici del glamour per questa categoria merceologica.

Saltano le belle modelle da carta patinata.

Saltano le location di grandi hall di alberghi vittoriani.

E’ lei ad essere immortalata nelle immagine ed è lei che guarda in macchina con aggressività.

Guardo, sfoglio, osservo… chiedo!

Questo modo di mischiare fotografia e prodotto, è il risultato a mio avviso geniale, per far venire fuori “l’imperfezione giusta per tutte le donne”.

Si va ad insinuare nella disabilità cognitiva dell’uomo di riconoscere solo prototipi!

Da qui l’essere… Infedele ai prototipi.

© piero colafrancesco

Affascinato dalle storie delle persone

Quando ti piace la fotografia e non conosci gli autori del passato, quelli che hanno battuto la strada, quelli che hanno sperimentato e sono stati visionari nel perseguire una direzione.

Una strada che potremmo definire stile, uno stile che poi è diventato il loro marchio di fabbrica.

Ma come tutti i marchi, sono tanti e tali gli elementi che influenzano il genio, che forse non basta studiarne lo stile. Forse è più onesto e interessante andare a studiarne la vita.

Studiare è sicuramente il punto di partenza per ogni esperienza, ed io senza vergognarmi, ammetto di conoscere davvero pochi nomi, ed ogni volta che ne incontro qualcuno sulla mia strada, ne rimango affascinato e mi sento ignorante.

Simone Passeri che scatta sul set del workshop The Last Day of Summer a Sabaudia.
Con Albachiara Gandolfo.
Simone Passeri e Albachiara – Workshop The Last Day of Summer

Come quando mi sono imbattuto con Peter Linderberg, uno dei fotografi a cui si è ispirato il mio ultimo workshop con Simone Passeri. Il suo nome di sicuro l’avrò letto, scritto piccolo, sul bordo di qualche foto su pagine patinate di riviste, ma distrattamente non lo avevo memorizzato.

Ora mi ritrovo ad andare a cercare le sue particolarità, quella grana che usciva volutamente dalle sue foto, non curante della richiesta dell’industria moda. Il bianco e nero ricercato in maniera ossessiva, come senza ossessioni, tralasciava di ritoccare o correggere particolari che potevano distrarre l’attenzione sulle griffe. A distinguerlo dalle infinite schiere di fotografi di moda è infatti la sua inclinazione per scatti poco artefatti, in cui le modelle sembrano struccate e spesso colte in attimi quasi da backstage.

Se cercate perle di saggezza fashion nelle molte interviste di Lindbergh, troverete ovvietà disarmanti: “voglio liberare le donne da terrore della perfezione”, “la vera bellezza è il coraggio di essere se stessi”, “l’erotismo non c’entra con l’esposizione di pelle nuda”, “è ridicolo dire che una certa donna è più bella di un’altra”.

Silvia Biafora che copre Albachiara Gandolfo subito dopo la fine degli scatti sul litorale di Sabaudia per il workshop The Last Day of Summer a Sabaudia di Simone Passeri.
Albachiara e Silvia

Agli inizi degli anni ‘80, bastava chiamare le modelle con il proprio nome, e subito erano riconoscibili. Oggi sono gli appassionati o gli addetti ai lavori, conoscono i nomi che stanno dietro ai manichini di carne

“Sai, ci sono persone che vedi, incontri, di cui senti parlare e percepisci immediatamente che tutte le foto che gli hanno scattato fino a quel momento non rendono loro giustizia, non riescono a raccontarne le storie” e se c’è una cosa che Peter Lindbergh sa fare, è raccontare le storie di chi posa per lui.

Simone Passeri che scatta sul set del workshop The Last Day of Summer a Sabaudia.
Con Albachiara Gandolfo.
Simone Passeri e Albachiara – Sabaudia

Non so se sono riuscito a cogliere questo aspetto nel fotografare Albachiara, ma Simone ci ha dato tutti gli strumenti per farlo in questo workshop e se non ci sono riuscito oggi, spero di riuscirci nel futuro.

Piero Colafrancesco

Amo la Fotografia… non le stampe fotografiche!

In un tempo non troppo lontano, il canvas era un supporto quasi ad esclusivo appannaggio dei pittori. Oggi non è più così!

L’andare a “scrivere” su qualsiasi forma di materia, forse insita nell’indole dell’essere umano, ha portato anche la fotografia a cimentarsi su questa forma di stampa.

Una stampa che nel tempo ha visto migliorare la tecnica, i supporti, ma soprattutto le “macchine” preposte a tale lavoro.

Nello specifico non entro in merito a tecnicismi, ma basta essere entrato qualche volta in un laboratorio anche solo serigrafico, per avere un’infarinatura della stampa a pigmenti su supporti vari.

Sono le alterazioni cromatiche il punto del mio ragionamento.

La cromia è emozione e i geni della pittura lo avevano compreso molto bene. La riproduzione su canvas delle fotografie, a mio avviso è un inseguire questa genialità in modo sbagliato.

La grandezza del pittore oltre a riguardare la sua geniale visione, riguarda le sue capacità nel dosare i colori, l’utilizzo dei materiali, la capacità di imprimere più o meno forza nell’utilizzo del pennello, il tutto per creare uniformità.

La stampa su canvas per me, tutto questo non lo ha.

Per quanto la tecnologia sia andata avanti, si tratta sempre di una testa meccanica che si sposta linearmente su piani orizzontali  o verticali e dosa i colori secondo degli algoritmi e non seguendo il cuore. Le cromie dipendono solo e soltanto dalla casa produttrice del plotter e c’è da essere felici, se solo si avvicinano a quella che è davvero la foto pensata, vista e impressa nella nostra mente.

Ora non voglio affossare questo genere di mercato, che sicuramente avrà i suoi numeri, ma mi piacerebbe che si avesse un po’ più di coscienza sul tipo di supporto, e riconoscere a quest’ultimo il giusto merito emozionale.

Sia che si sta ammirando un dipinto, sia che si sta “amando” una fotografia.

Amo la Fotografia… non le stampe fotografiche!

© pierocolafrancesco