Amo la Fotografia… non le stampe fotografiche!

In un tempo non troppo lontano, il canvas era un supporto quasi ad esclusivo appannaggio dei pittori. Oggi non è più così!

L’andare a “scrivere” su qualsiasi forma di materia, forse insita nell’indole dell’essere umano, ha portato anche la fotografia a cimentarsi su questa forma di stampa.

Una stampa che nel tempo ha visto migliorare la tecnica, i supporti, ma soprattutto le “macchine” preposte a tale lavoro.

Nello specifico non entro in merito a tecnicismi, ma basta essere entrato qualche volta in un laboratorio anche solo serigrafico, per avere un’infarinatura della stampa a pigmenti su supporti vari.

Sono le alterazioni cromatiche il punto del mio ragionamento.

La cromia è emozione e i geni della pittura lo avevano compreso molto bene. La riproduzione su canvas delle fotografie, a mio avviso è un inseguire questa genialità in modo sbagliato.

La grandezza del pittore oltre a riguardare la sua geniale visione, riguarda le sue capacità nel dosare i colori, l’utilizzo dei materiali, la capacità di imprimere più o meno forza nell’utilizzo del pennello, il tutto per creare uniformità.

La stampa su canvas per me, tutto questo non lo ha.

Per quanto la tecnologia sia andata avanti, si tratta sempre di una testa meccanica che si sposta linearmente su piani orizzontali  o verticali e dosa i colori secondo degli algoritmi e non seguendo il cuore. Le cromie dipendono solo e soltanto dalla casa produttrice del plotter e c’è da essere felici, se solo si avvicinano a quella che è davvero la foto pensata, vista e impressa nella nostra mente.

Ora non voglio affossare questo genere di mercato, che sicuramente avrà i suoi numeri, ma mi piacerebbe che si avesse un po’ più di coscienza sul tipo di supporto, e riconoscere a quest’ultimo il giusto merito emozionale.

Sia che si sta ammirando un dipinto, sia che si sta “amando” una fotografia.

Amo la Fotografia… non le stampe fotografiche!

© pierocolafrancesco

Reportage vs Storytelling

Nel comune piacere di scegliere una forma di fotografia che più si addice al nostro gusto o anche all’esigenze del momento, che sia un evento, un matrimonio, un’escursione o meglio ancora un viaggio, è diffusissimo sentir parlare di “fotografia di reportage”.

Il reportage, nato per esigenze legate alla necessità di documentare una testimonianza diretta, come le pagine di un diario o le memorie di un viaggio, nel secondo dopoguerra viene affiancato da un ricco corredo fotografico. Quindi un vero e proprio racconto, una tecnica narrativa più che una metodologia.

Quello che a me interessa ora è il mettere in relazione il “reportage” con lo “storytelling”.

Lo storytelling è una metodologia che usa la narrazione come strumento elaborato dalla mente per inquadrare gli eventi della realtà e spiegarli secondo una logica di senso. Che lavora affinché si generi un confronto dialogico che coinvolge contenuti, emozioni, intenzionalità e contesti.

Il narrare fa parte dell’essere umano, le emozioni e il modo in cui lo si fa, rientrano nella personalità del narratore. Lo si fa attraverso il pensiero narrativo, che organizza  l’esperienza soggettiva ed interpersonale, ma che deve essere tradotto affinché si possano costruire forme di comunicazioni.

Quindi necessita di un discorso narrativo che rende il pensiero comprensibile, comunicabile e soprattutto ricordabile. Per essere efficace, questo deve possedere delle caratteristiche specifiche: sequenzialità narrativa (in un racconto non sempre si segue l’esatta cronologia dei fatti); particolarità (evidenziare dettagli che nella realtà possono sembrare poco o per nulla interessanti); intenzionalità (il caso si ma solo se ben contestualizzato); verosimiglianza (l’ascoltatore deve nutrirsi di percezione); componibilità (intreccio delle varie parti); referenzialità e appartenenza ad un genere.

Senza entrare nello specifico dello studio e dell’applicazione di questa metodologia, mi basta quanto detto fin qui, per riflettere sulla relazione proposta all’inizio.

Io credo che l’errore più comune e diffuso, sia da parte di chi propone fotografia di reportage che di chi ne fruisce, sia quello di fermarsi al pensiero narrativo. Creare scatti con emozione e personalità non è un errore, anzi è apprezzabile ed anche auspicabile, ma creare una storia è tutt’altra roba.

Il creare una storia dovrebbe prevedere lo studio di un discorso narrativo. Un telaio di caratteristiche da tenere a mente ed utilizzare durante in servizio, ma che poi devono essere riconoscibili sul lavoro finale. Un lavoro comprensibile, comunicabile e soprattutto ricordabile, capace di essere efficace.

Joe Lambert a tal proposito individua sette elementi che aiutano in un approccio personale allo storytelling, ed io aggiungerei al reportage: punto di vista personale, una struttura della narrazione che propone domande e fornisce risposte non banali e scontate, inserimento di contenuti emotivi e coinvolgenti, un’efficace economia della narrazione (si può dire molto con poco), un ritmo adeguato alle modalità narrative.

La storia non deve necessariamente avere un lieto fine, invece elemento importante e che accresce l’attenzione nell’utente è la percezione di autenticità.

La vitalità è elemento fondamentale per una buona storia.

© piero colafrancesco