Dal non cercare ma dal farmi trovare.

Non per tutti questo periodo di lockdown ha rappresentato uno stop, forse per più di qualcuno una pausa, ma di sicuro c’è chi ha visto annullati e rinviati impegni fotografici per i prossimi mesi.

Minette in the Last Day of Summer – Workshop Simone Passeri

Realisticamente si può aspettare che il tutto riparta, cercando di sopravvivere professionalmente in questo marasma di paure e distanze. Si può investire su se stessi oppure alienarci di pessimismo cosmico. Si può continuare a riflettere ed osservare cosa ci succede e c’è successo dentro.

Oggi mi sono imbattuto in un video di Ezio Bosso che scherzava con il pubblico e i loro telefonini, dicendo che non abbiamo bisogno di cercarci, ma di trovarci… per esempio trovarci nella musica!

Io direi che forse abbiamo bisogno di trovarci anche in altre cose.

Durante questi due mesi ho visto e notato che tanti si sono preoccupati di non far scendere l’attenzione social sui propri profili, diciamo si sono preoccupati della propria “web-reputazione”; tanti si sono avventurati in progetti più o meno condivisibili (fotografare una Piazza San Pietro vuota a mio avviso non aveva senso visto che la stessa foto poteva essere scattata alle 4:00 di un qualsiasi giorno dell’anno); tanti ce l’hanno fatta con progetti originali ed interessanti.

Dalla mia mi sono messo in ascolto del “niente”, un rumorosissimo “vuoto”. Ho continuato a cercare boh qualcosa o qualcuno, ma parafrasando Bosso, senza trovarci qualcosa o qualcuno.

Ed è proprio dal vuoto che vorrei ripartire, dal non cercare ma dal farmi trovare, trovandoci.

© Piero Colafrancesco

Spettattore de “Il Tempo del Coronavirus”

Vogliamo definirlo “periodo” oppure “tempo”, il punto è che stiamo vivendo qualcosa di nuovo per noi nati nel dopoguerra.

Probabilmente sarà riportato nei libri di storia, ma tutti sappiamo che con i programmi scolastici di oggi, difficilmente si avrà mai tempo di arrivare a studiarlo. E allora se ne tornerà a parlare inevitabilmente con noi in futuro, noi quelli che hanno vissuto queste giornate e che nel frattempo saremo invecchiati.

Gli anziani, scrigni di sapere e di storie che trasportano fieri questo bagaglio lungo la strada della vita senza affaticarsene; gente che oggi ci sta lasciando e con essi, il sapere del “tempo”.

Eppure sono sempre loro che ci hanno raccontato di grandi cambiamenti dopo un grande disastro.

Non so cosa succederà a livello economico, non sono un economista, non riesco ad immaginare quali stravolgimenti o negatività ci porteremo dietro, ma so con certezza che sto vivendo uno stato d’animo mai vissuto prima.

Ho sistemato dei lavori sospesi, continuo a sistemarne di altri, mi guardo tutorial, webinar, salotti telematici, ho sempre la finestra dell’Ansa aperta, mi perdo nel web seguendo lavori autoriali, mi vado a leggere la vita e le esperienze di fotografi che hanno fatto la storia della fotografia, tutto con la consapevolezza di avere addosso qualcosa.

Forse un velo che mi fa da diffusore, che mi smorza i contrasti, che forze mi protegge dall’esterno.

Lucien Clergue – Urban Nudes

Ed inizio a riflettere sul se questo mio stato d’animo condizionerà o muterà inevitabilmente il mio modo di guardare il mondo, oppure se mi scivolerà addosso senza lasciarne traccia. Mi chiedo se questo condizionamento potrà in qualche maniera modificare l’operato dei maestri, dei creativi e dei visionari, o arrivare a mutarlo in qualcosa di inimmaginabile.

Non lo so e forse è prematuro pensarci oggi, ma di una cosa sono certo. Non voglio in alcun modo essere uno spettatore, ma uno “spettattore”!

Intanto resto a casa e mi proteggo, oltre che proteggere i miei cari.

Piero Colafrancesco

Figlio della mia “idea di fotografia”

Ormai ci sono fiumi di parole sul fatto che non stampando le foto, si perderà la memoria di quello che sta succedendo. Addirittura c’è chi sostiene che il 99% delle foto scattate non interessa a nessuno, neppure a chi le scatta e rimarranno sepolte negli hd dei nostri computer o nei cloud.

C’è tutto un movimento culturale che prova a muovere questo disinteresse verso le coscienze, quasi a far venire i sensi di colpa non tanto per non aver stampato, me neanche pensato di farlo.

Le foto che scattate normalmente spariranno nel dimenticatoio per l’eternità, e sarebbe ora di farse una ragione” Chris Taylor.

Ecco appunto, è arrivata l’ora di farsene una ragione.

Se tutto il mondo sta andando verso la fruibilità diffusa dei device, se ormai le case produttrici di cellulari sono arrivate a dotare il telefono di camere dalla qualità quasi superiore a quelle delle fotocamere, se gli stessi utenti scattano migliaia di immagini alla ricerca di quella foto giusta che regalerà quel momento di gloria sui social network, beh allora lasciamolo andare.

Almeno proviamoci a lasciarlo andare!

A mio avviso chi ama la fotografia, la vive, la studia, non può e non deve rimanere impantanato in questo marasma di qualunquismo. E’ superficiale e troppo semplice dare colpe a quello che sta succedendo a livello sociale.

Io credo che sta ad ogni fotografo portare avanti la propria “idea di fotografia”. Che questa sia commercialmente sbagliata o giusta non importa. Io parlo di idea, quella che parte dalla sua passione, dal suo cuore, dal suo intuito.

Che si decida di scattare in digitale o in analogico, questo non influisce sull’anima della sua idea.

Una riproduzione di un ritratto realizzato da Michael Shindler

Nella mia idea per esempio c’è l’odore della carta, c’è l’odore della chimica, c’è il tatto, c’è il controllo della manualità, e lo ammetto, non sono capace di fare foto decenti con il telefono.

Ma questo non mi porta ad avercela a tutti i costi con chi ha gli hd pieni di scatti che dormono un sonno infinito.

Io sono affascinato da chi porta avanti al sua idea; dal Damiano di turno che una volta a settimana si chiude in camera oscura per far “vivere” lastre scattate con banco ottico. Che le lastre siano sue o di Riccardo non importa, quello che importa è che ci siano due persone che portano avanti la loro “idea di fotografia”.

E allora cara mamma, lascia che la tua fotografia vada per il mondo, e se questa riuscirà a non confondersi con la massa, vorrà dire che hai lasciato qualcosa in più che non un semplice insegnamento.

Figlio della mia “idea di fotografia” e contento di esserlo.

Diventare condottieri di emozioni altrui

Ci sono giorni che mi sento più brutta e non vorrei proprio uscire. Ci sono giorni che invece mi guardo allo specchio e sorrido di me, mi piaccio.”

Ecco questo è quello che accade alle persone “normali”, quelle che non hanno manie di alcun genere. Quelle persone che quando camminano non si preoccupano di spiccare o di attrarre l’attenzione a tutti i costi, ma che invece vivono di piccole emozioni che possono arrivare da piccoli sguardi.

Amo la gente, gli sguardi, i modi di fare e i modi di porsi, e nulla dovrebbe influenzare la mia voglia di fotografare tutto ciò, eppure ho un debole per le persone comuni.

Quante volte questo gesto davanti allo specchio

Quelle volte che mi hanno chiesto delle foto, senza volerlo, chiedevo sempre che al di la dell’obbiettivo, si fosse se stessi.

Oggi mi sono reso conto che “l’essere se stessi” è l’elemento fondamentale che più di ogni altro affascina il mio modo di osservare.

Fortunatamente riesco ancora a distinguere quando l’essere se stessi funzione e quando per esigenze particolari, deve essere messo da parte a favore di maschere che in quel preciso momento funzionano meglio.

Modella per Workshop di fotografia

Ma ora quando qualcuno mi chiede delle foto, semplici foto che non sono l’oggetto di una qualsivoglia proposta commerciale, mi soffermo molto sulla persona. Provo a chiedere empaticamente che questo desiderio possa partire dalla propria persona.

Ti devi voler bene, ti devi accettare e devi essere consapevole che lo stai facendo per te, perché te lo meriti, perché lo vuoi.

Regalarsi delle emozioni si può e non importa che al di la della macchina ci sia un Newton o un Avedon, quello che conta davvero è che al di qua dell’obiettivo ci sei tu!

Così facendo noto che qualcuno riesce a sciogliersi e inizia a portarti dove forse il suo inconscio voleva proprio andare. E tu non fai altro che assecondare questo desiderio.

Fermati e sorridi te, di quello che hai appena fatto.

Diventi condottiero distaccato di emozioni altrui.

Ecco questo mi fa sorridere, mi fa stare bene, mi fa amare il fare le foto.

© Piero Colafrancesco

Affascinato dalle storie delle persone

Quando ti piace la fotografia e non conosci gli autori del passato, quelli che hanno battuto la strada, quelli che hanno sperimentato e sono stati visionari nel perseguire una direzione.

Una strada che potremmo definire stile, uno stile che poi è diventato il loro marchio di fabbrica.

Ma come tutti i marchi, sono tanti e tali gli elementi che influenzano il genio, che forse non basta studiarne lo stile. Forse è più onesto e interessante andare a studiarne la vita.

Studiare è sicuramente il punto di partenza per ogni esperienza, ed io senza vergognarmi, ammetto di conoscere davvero pochi nomi, ed ogni volta che ne incontro qualcuno sulla mia strada, ne rimango affascinato e mi sento ignorante.

Simone Passeri che scatta sul set del workshop The Last Day of Summer a Sabaudia.
Con Albachiara Gandolfo.
Simone Passeri e Albachiara – Workshop The Last Day of Summer

Come quando mi sono imbattuto con Peter Linderberg, uno dei fotografi a cui si è ispirato il mio ultimo workshop con Simone Passeri. Il suo nome di sicuro l’avrò letto, scritto piccolo, sul bordo di qualche foto su pagine patinate di riviste, ma distrattamente non lo avevo memorizzato.

Ora mi ritrovo ad andare a cercare le sue particolarità, quella grana che usciva volutamente dalle sue foto, non curante della richiesta dell’industria moda. Il bianco e nero ricercato in maniera ossessiva, come senza ossessioni, tralasciava di ritoccare o correggere particolari che potevano distrarre l’attenzione sulle griffe. A distinguerlo dalle infinite schiere di fotografi di moda è infatti la sua inclinazione per scatti poco artefatti, in cui le modelle sembrano struccate e spesso colte in attimi quasi da backstage.

Se cercate perle di saggezza fashion nelle molte interviste di Lindbergh, troverete ovvietà disarmanti: “voglio liberare le donne da terrore della perfezione”, “la vera bellezza è il coraggio di essere se stessi”, “l’erotismo non c’entra con l’esposizione di pelle nuda”, “è ridicolo dire che una certa donna è più bella di un’altra”.

Silvia Biafora che copre Albachiara Gandolfo subito dopo la fine degli scatti sul litorale di Sabaudia per il workshop The Last Day of Summer a Sabaudia di Simone Passeri.
Albachiara e Silvia

Agli inizi degli anni ‘80, bastava chiamare le modelle con il proprio nome, e subito erano riconoscibili. Oggi sono gli appassionati o gli addetti ai lavori, conoscono i nomi che stanno dietro ai manichini di carne

“Sai, ci sono persone che vedi, incontri, di cui senti parlare e percepisci immediatamente che tutte le foto che gli hanno scattato fino a quel momento non rendono loro giustizia, non riescono a raccontarne le storie” e se c’è una cosa che Peter Lindbergh sa fare, è raccontare le storie di chi posa per lui.

Simone Passeri che scatta sul set del workshop The Last Day of Summer a Sabaudia.
Con Albachiara Gandolfo.
Simone Passeri e Albachiara – Sabaudia

Non so se sono riuscito a cogliere questo aspetto nel fotografare Albachiara, ma Simone ci ha dato tutti gli strumenti per farlo in questo workshop e se non ci sono riuscito oggi, spero di riuscirci nel futuro.

Piero Colafrancesco